Home » » La relazione padre-figlio nello sviluppo affettivo del bambino

La relazione padre-figlio nello sviluppo affettivo del bambino

Written By Redazione on venerdì 7 giugno 2019 | 23:22

Il funzionale distacco del figlio dalla dipendenza materna inizia con lo svezzamento, dai 6/8 mesi ai 14.  Tra i 14 mesi e i due anni si matura l’indipendenza progressiva dalla figura materna e grazie alla maturazione della relazione padre-figlio, il bambino acquisisce una rappresentazione stabile di sé stesso e gestisce in modo autonomo l’angoscia da separazione che gli consente di stare con l’uno o l’altro genitore senza timori. 


la figura paterna svolga funzioni fondamentali a partire dal primo periodo post natale ed il suo ruolo si rivela essenziale per il miglior sviluppo del figlio, determinante alla sua fase di individuazione di sé come individuo “altro”, psichicamente autonomo, in grado di rivolgere l’affettività anche al di fuori della coppia madre-figlio e maturare una capacità verso tutte le altre figure significative per il resto della vita.


Lo sviluppo affettivo nel bambino

L’esiguo tempo insieme al padre non favorisce nei bambini lo sviluppo di uno stile di attaccamento sano e sicuro nei confronti della figura paterna e ciò può creare in essa una frattura biografica che può incidere sul suo senso di sicurezza e rappresentazione di sé. Si verifichi, mediante la letteratura vigente (autori Bowlby, Winnicott, Stern, Mahler, Steele e a tal proposito si consultino libri come “La teoria dell’attaccamento”, “Costituzione e rottura dei legami affettivi” e “Una base sicura” e “Dalla culla alla tomba”, “Sviluppo affettivo e ambiente”), come lo stile di attaccamento rivesta un ruolo centrale nell’individuo, influenzando lo sviluppo della sua personalità. Non è solo la figura materna (quando idonea) ad essere importante per il sano sviluppo di uno stile di attaccamento adeguato, anzi, la figura paterna riveste un ruolo altrettanto centrale: promuove nel bambino (e secondariamente aiuta a superare) una fase di sviluppo importantissima, detta “fase di individuazione e separazione”. Questa fase permette al bambino di riconoscersi come individuo altro, separato dalla figura materna: spiegato in altri termini, tale fase favorisce la regressione materna incoraggiando la separazione, condizione essenziale e necessaria per evitare e impedire la fusionalità con la madre. Tale fusionalità non permetterebbe al bambino di essere psichicamente autonomo da quella figura e favorirebbe in seguito lo sviluppo di una dipendenza emotiva nei confronti delle future figure significative (amici/che, compagni/e ecc); pertanto, questa tappa di sviluppo, unicamente promossa dalla figura paterna, risulta fondamentale affinché l’affettività del figlio possa essere guidata verso nuove mete in modo da non diventarne dipendente emotivamente. Il modello teorico al quale si sta facendo riferimento è di matrice relazionale, derivando dalle osservazioni di Winnicott (1960) secondo cui i genitori ed i figli esistono solo in relazione reciproca. L’evoluzione della teoria dell’attaccamento assume qui un rilievo di primo piano: la garanzia di una base emotiva sicura nell’infanzia facilita lo sviluppo dell’autostima, delle capacità di funzionare in modo autonomo e di provare empatia per le atre persone (Steele, 1980).

Le tappe di separazione durante la prima infanzia
Il processo di separazione-individuazione è un vero e proprio percorso che il neonato affronta per differenziarsi dalla madre e trovare il proprio posto nel mondo esterno. Col termine “separazione” si fa riferimento al distacco dal rapporto simbiotico con la madre, mentre l'individuazione è il riconoscimento di sé e delle proprie caratteristiche.
La Mahler individua 4 fasi:
  1. Tra il quarto e l'ottavo mese il bambino sviluppa la propria immagine corporea grazie alle maggiori possibilità di movimento. Queste rende possibile riconoscere e ricostruire l'immagine del proprio corpo.
  2. Tra l'ottavo e il quattordicesimo mese si assiste alla sperimentazione: il neonato che cammina e ha maggiori possibilità di movimento decide consapevolmente di avvicinarsi o allontanarsi dalla madre. Ciò gli permette di gestire in modo autonomo l'angoscia della separazione.
  3. Tra il quattordicesimo mese e i due anni il bambino passa da momenti di allontanamento e momenti di riavvicinamento dalla madre con il conseguente consolidamento percettivo di sè stesso, se si consolida l’indipendenza relazionale della coppia padre-figlio.
  4. L'ultima fase, è chiamata "Costanza dell'oggetto libidico": il bambino di sente veramente separato dalla madre perché ne ha una rappresentazione stabile che gli permette di sopportare felicemente la sua lontananza. Si conclude al terzo anno se ha trascorso serenamente il passaggio indicato al punto 3.
IL padre si interpone tra madre e figlio/a: la Legge del Padre, teorizzata da Lacan, rappresenta quel necessario e impossibile svezzamento dell’infante dal seno e viceversa della madre dalla bocca del lattante (Parat, 1999), perché comporta la rimozione del desiderio materno e l’accesso al simbolo, il mondo, gli altri.
Il padre è il garante dell’esistenza di un ordine culturale costitutivo del discorso, di cui non è il legislatore onnipotente, perché anch’egli vi si sottomette per diventare un soggetto (Aulagnier, 1975). Escluso dal registro della sensorialità, il padre ha un ruolo metaforico e rappresenta la legge del linguaggio che permette al/la bambino/a di acquisire la sua identità. Egli apre la crescita psicologica infantile alla cultura, alla socialità, all’ordine delle generazioni e alla differenza dei sessi.
Nella trasmissione del nome, infine, paga il debito con il suo genitore, debito che ora passa al/la figlio/a (Bydlowski, Il debito di vita, 1997) permettendogli di divenire genitore a sua volta, perché lo/a separa dal rapporto incestuoso con la madre, avvicina alla dimensione simbolica, ne sostiene lo sviluppo psichico, si offre come modello di identificazione.

Dal processo di simbiosi madre-bambino, all’interno del quale viene stabilito un saldo fondamento di esperienza buona e di fiducia di base, si passa gradualmente a un progressivo processo di separazione e differenziazione, ed è la stessa madre ad avere un ruolo basilare nel permettere e facilitare tale separazione (Winnicott, 1958, 1971). Mahler e colleghi (1975), nel loro lavoro sulla separazione/individuazione, hanno ben messo in rilievo come, quando la separazione è in corso e il bambino diviene mobile, i padri comincino a diventare più importanti. «È come se il padre, in quanto padre, fosse trovato lì nel mondo che comincia a essere scoperto» (Wright, 1991, trad. it. pag. 150) come qualcuno che è più chiaramente “altro da me” fin dall’inizio.
In questo senso, Kenneth Wright, nel suo libro Visione e separazione. Tra madre e bambino, ha ben sintetizzato a mio parere quale sia il ruolo del padre nel facilitare lo sviluppo della struttura psichica del bambino: «il padre aiuta a garantire lo spazio in cui il mondo può essere scoperto ed esplorato» (Ibidem, trad. it. pag. 164).
Indipendentemente dalla declinazione che il concetto di cura ha per la psicoanalisi, il ruolo del padre è centrale, inizialmente per il sostegno dato alla madre, successivamente per la sua funzione di modulatore della separazione all’interno della coppia madre-bambino e per consentire passaggio da legami di tipo diadico a legami di tipo triadico.

E’ da sottolineare come la figura paterna svolga funzioni fondamentali a partire dal primo periodo post natale ed il suo ruolo si rivela essenziale nella triangolazione edipica della scelta d’oggetto. È anche grazie allo svolgimento della funzione paterna che la diade madre-bambino può adempiere in maniera funzionale al proprio compito evolutivo. Come evidenzia Bollea (1999, Le madri non sbagliano mai, Feltrinelli, Milano) è essenzialmente attraverso la figura paterna che il bambino può evolvere nel suo adattamento al mondo ambiente e lo stabilirsi di una relazione significativa, stabile e sicura consente al figlio di accedere ad un adeguato sviluppo sociale ed emotivo.
Inoltre, la peculiarità di base della funzione paterna è proprio quella di favorire e promuovere il processo di separazione dalla madre: sia per il maschio, che per la femmina, è necessario un continuo spostamento del legame identificatorio, sia con la madre che con il padre, ma ciò è possibile nel caso in cui l’oggetto genitoriale è strutturato in forma equilibrata, ovvero entrambe le figure possono ricoprire il proprio ruolo forte, libero, ma anche integrato. Al padre è simbolicamente affidato il compito di traghettare gradualmente il figlio dal territorio materno a quello della società favorendo l’emancipazione dall’infanzia e il suo ingresso nel mondo adulto. In altre parole è il padre che contiene e progressivamente delimita quel rapporto stretto e totalizzante esistente tra madre e figlio.
Viceversa, nei casi in cui la figura paterna non possa svolgere il proprio ruolo, la forclusione del padre conduce all’organizzazione di un oggetto-madre eccessivamente potente, che produce sentimenti di incapacità, di paura, di frustrazione e soprattutto abbandonici e il/ la figlio/a si riempie di sentimenti di Falso Sé, ossia di un’onnipotenza fantasticata, proprio in quanto il padre viene svalorizzato e “sostituito” e all’infante non resterà che cercare un rapporto con la madre che lo liberi dal timore di essere abbandonato.
Affinché la relazione madre-figlia possa essere “sufficientemente buona”, è necessario che la figura del terzo non sia esclusa, in quanto il terzo rappresenta un separatore, con l’importante funzione di impedire la confusione delle identità e allo stesso tempo di mediare nel rapporto della diade madre-figlia, poiché controbilancia il dominio reciproco tra madre e figlio/a.
Alcuni autori studiano gli effetti della deprivazione paterna sui minori. Tali ricerche evidenziano che non solo la deprivazione paterna provoca un grave danno al figlio, ma, soprattutto, che il livello di accudimento con cui un genitore si occupa del figlio è direttamente correlato al grado di realizzazione esistenziale del figlio stesso. Tale concetto è ben espresso dalle parole della famosa psicologa Dionna Thompson “la guerra contro il padre è in realtà una guerra contro i figli; il punto non è semplicemente il diritto dei padri o il diritto delle madri, ma il diritto dei figli di avere due genitori che si occupino attivamente della loro vita”.

Condividi l'articolo :

Posta un commento