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Sul Business Minori Fuori Famiglia

Written By Redazione on venerdì 28 giugno 2019 | 08:14


       Le associazioni per la tutela dei minori aderenti al Coordinamento “Colibrì”(https://www.colibri-italia.it/p/associazioni-italiane.html), in seguito ai gravissimi fatti relativi all’indagine “Angeli e Demoni” (che fanno seguito al caso dei “Diavoli della Bassa Modenese”, della medesima matrice delle vicende del Forteto e a innumerevoli storie simili) , e il “caso Veleno” di Reggio Emilia.;
Ritengono indispensabile segnalare al Governo e a tutti i membri dei partiti di maggioranza che la sequenza di fatti di cronaca emersi in un arco di tempo ristretto, rappresentano modalità in uso denunciate da tempo e che richiedono alcune fondamentali considerazioni e linee d’intervento.
Tra questa la più importante è sicuramente rivolta a fare chiarezza in un sistema rodato e quasi inattaccabile che prosegue la sua attività da anni ( “ma che regge”, come disse Spadafora quando ricopriva il ruolo di Garante dell’infanzia !).
Si tratta del Fenomeno dei Minori fuori famiglia già nel mirino di Panorama alcuni anni fa..

- Denunciamo meccanismi ed organizzazioni che si sono strutturate con la “gestione economica” dei migranti per finire alle più recenti di Torino su minori italiani estirpati senza leciti motivi dalle loro famiglie come i fatti di cronaca evidenziano (link a fondo pagina)
- Riteniamo sia doveroso far emergere con un censimento i numeri delle strutture adibite al conferimento di minori e il numero effettivo dei loro ospiti.
- Riteniamo sia necessaria istituire prima possibile delle task force regionali con poteri di controllo e verifica, costituite dalle associazioni “pulite” che si occupano di tutela minori ( ma non di gestione) per ispezionare a sorpresa le strutture di accoglimento dei bambini.
- Riteniamo inoltre indispensabile predisporre accertamenti sui capitolati operativi dei Servizi Sociali, importanti parti in causa nella filiera sottrattiva dei minorenni.
- Pensiamo infine che mettere al riparo le famiglie rimettendo mano al “diritto di famiglia” è più che mai indispensabile e non è un caso che il centro studi Hansel e Gretel ospitasse sul suo sito  accese critiche nei confronti della riforma del Diritto di Famiglia condotta da questa maggioranza parlamentare.


A tali riguardi, alcuni link alla recentissima cronaca:

> Responsabile Area Minori Centro Italia di Colibrì
Loredana Greco > grecoloredana@gmail.com
Amministratore di sostegno  e Tutore volontario dei minori fuori famiglia non accompagnati. Trib di PG.

> Responsabile Scientifico di Colibrì

 Dr. Vittorio Vezzetti  Pediatra > vittoriocarlo.vezzetti@crs.lombardia.it
Presidente Ass. Figli Per Sempre nazionale

> Vice-Presidente e Responsabile Pubbliche relazioni e Comunicazione

Roberto Castelli > rc@per.rc-comunicazione.it  
Presidente Ass. Genitori Sottratti a.p.s. Genitori separati per la Bigenitorialità e la Tutela dei Minori


Il Diritto dei minori fra Scienza e Coscienza

Written By Redazione on sabato 10 maggio 2014 | 02:33

  

Il contesto è quello separativo e legale, il tema è l'affido dei figli.


Chi può realmente essere certo di decidere l'affido di un minore nel suo supremo e reale interesse, senza avere una completa visione del suo reale "benessere"?
La risposta è certa:- NESSUNO.
    
Eccoci intenti a proporre di analizzare  le ricerche e l'esperienza maturata dai paesi che hanno affrontato questi temi assai prima di noi ed integrarla da un punto di vista scientifico, consapevoli di offrire un nuovo e imprescindibile punto di osservazione al magistrato in vista di una responsabilità che tenga conto sia della scienza che della coscienza, con uno sguardo ampio in un contesto aggiornato, attuale ed europeista.
     Un passo indispensabile di arricchimento della conoscenza, ma anche un passo che permette di implementare le nozioni  già acquisite: - Acquisire consapevolezza di cosa accade fisiologicamente, psicologicamente ad un bambino che viene separato dai suoi genitori, dal punto di vista scientifico, certi che per il benessere di tutti i bambini d'europa sia saggio porre attenzione ad un aspetto per nulla trascurabile come questo-   Saranno loro i cittadini ed i futuri genitori di domani, ecco perché questa interpellanza.

> Gettato per la prima volta in Europa un ponte tra due mondi solitamente non comunicanti: la Scienza e il Diritto

Con la storica interrogazione parlamentare E-005595-14 del 24 aprile 2014 (denominata “Affrontare la crisi della famiglia nel nome dei figli”) per la prima volta è stato chiesto all’Unione Europea di affrontare il problema della gestione dei figli di separati secondo criteri di natura innanzitutto scientifica e, in modo consequenziale, solo secondariamente giuridico-formale.
  
L’on. Sonia Alfano, sulla scorta degli studi presentati il 23 ottobre 2013 presso l’Europarlamento di Strasburgo (http://www.colibri-italia.it/2013/10/23-ottobre-strasburgo-reports-european.html)   dal pediatra Vittorio Vezzetti, referente scientifico di Colibri-Europe, ha evidenziato alla Commissione le disparità esistenti nei vari Stati dell’Unione riguardo l’affido dei minori e le gravi conseguenze di questa applicazione non omogenea del Diritto alla salute sulla popolazione infantile europea.
  
Ha quindi chiesto alla Commissione se essa  intenda, in un'ottica di eguale diritto alla salute, eseguire o valutare ricerche già svolte, al fine di definire delle best practices che possano essere di guida agli Stati membri nell'ottica di una maggiore armonizzazione delle procedure

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AVERTISSEMENT :  Question à la Commission du Parlement Européen avec réponse écrite
L'article 117 du règlement : Sonia Alfano (ALDE)

Lire le lien et soutenir vigoureusement !

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WARNING :
   Question to the Commission of the EUROPEAN PARLIAMENT with written answer
See Rule 117 of regulation : Sonia Alfano (ALDE)

Read the link and vigorously support!

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La redazione

Abstract Conferenza del 15 Aprile

Written By Redazione on martedì 15 aprile 2014 | 12:20




ABSTRACT

Roma, 15/4/2014 - Senato della Repubblica - Istituto di Santa Maria in Aquiro - P.zza dei Capranica, 72

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Quella di oggi, una conferenza che evidenzia la necessità di trovare accordi, regole e momenti di incontro fra operatori del settore infanzia, Servizi Sociali e associazioni di Volontariato, utili e realmente determinanti per la tutela dei minori. Un incontro per indicare che vi sono evidenze emergenziali che perdurano da oltre un decennio e che possono trovare soluzioni. Nulla di nuovo dal punto di vista del carattere di urgenza, è importante invece il lavoro che si è compiuto alla base nel valutare percorsi di ottimizzazione. Questo è l'intento di Colibrì, che ha prodotto questo evento grazie anche alla disponibilità del Senatore Divina e del suo staff. 
Una giornata nella consapevolezza che occorre aprirsi ad una doverosa e fattibile collaborazione con chi vuole trovare soluzioni convenienti per tutti, e auspicabilmente con i livelli organizzativi dei Servizi Sociali, in virtù anche delle sensibilità maturate dal mondo associativo.
 
Una mezza giornata aperta a pubblico stampa e legali, di cui avremo la piena testimonianza a breve, con le relazioni complete di tutti i relatori ed i relativi interventi in video.

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Dott. Massimo Rosselli Del Turco
Presidente dell’Associazione Aiutiamo le Famiglie A.Le F.
Portavoce Parlamentare Colibrì European Platform  www.colibri-italia.it

“Proposte di Nuove linee guida degli Assistenti Sociali”

“Oramai da tempo si sentiva il bisogno in Italia di stabilire delle modalità precise, dei percorsi ben definiti per l’eventuale accoglienza dei minori nelle Comunità Minorili. Questo per evitare la prassi oramai ingenerata di una incredibile semplificazione delle procedure istruttorie che spesso hanno portato a situazione tragiche di bambini allontanati indebitamente, di famiglie distrutte per l’allontanamento dei propri figli  e al contrario alla non accoglienza dei minori che invece avrebbero avuto bisogno di protezione da parte delle istituzioni
Una disamina attenta del fenomeno dell’allontanamento minori dalle famiglie evidenzia una criticità inequivocabile: una situazione che possiamo definire  “a macchia di leopardo” , con enormi variazioni nel tempo e nello spazio razionalmente inspiegabili che stanno a definire la totale assenza di linee guida condivise. Ovviamente questa situazione apre la porta a possibili arbitrii degli operatori, non legati a protocolli ufficiali.
L’intervento si articola in una prima parte volta a fare il punto della situazione odierna delle problematiche delle statistiche e delle leggi che afferiscono ai minori coinvolti nei tanti problemi che comportano il loro inserimento nelle Comunità di Accoglienza.
Una seconda parte che va ad analizzare gli attori del mondo che porta i minori nelle comunità di accoglienza e si cerca di stabilire delle corrette linee guida di comportamento di tutti i Servizi Sociali che sono coinvolti nell’Accoglienza dei minori nelle strutture di sostegno e tutela degli stessi.
Una terza parte che delinea alcuni progetti che potrebbero essere auspicabili per migliorare le strutture di accoglienza.
Infine viene proposta un’appendice con una richiesta: la creazione di una Task Force di pronto intervento presso le ASL di rifermento per interventi urgenti per la tutela dei diritti dei minori in alcune situazioni di emergenza.”
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Dr. Gabriele Bartolucci
Vice Presidente Associazione Genitori Sottratti

“La Carta dei Servizi Sociali: paradigma di un naufragio “a norma di legge”, il caso della Regione Emilia Romagna”

I cittadini non possono sottrarsi alla legge: per loro vale anzi il brocardo latino per cui “ignorantia legis non excusat”; questi stessi cittadini sperimentano tuttavia quotidianamente, come l’amministrazione dello Stato sia essa stessa spesso la prima ad assolversi per la propria ignoranza.
La storia, giudice ultimo della vicenda umana, ricorderà questa come l’epoca della tecnocrazia, orribile crepuscolo e disfatta di ogni umano valore; sconfitti con progresso e benessere i mostri di fame, povertà ed ignoranza, abbiamo tralasciato la cura di umanità e senso di misura necessarie a trovare la via tra la necessità della norma e l’appropriatezza della sua attuazione.
Al fine di prevenire, eliminare o ridurre le condizioni di bisogno dei singoli e delle famiglie, conseguenti da inadeguatezze di reddito, difficoltà sociali, e condizioni di non autonomia, prevendendo strumenti chiari e condivisi per dialogare con l’utenza, l’8 Novembre 2000, veniva licenziata la legge 328/2000.
A quattordici anni di distanza da quel giorno, un fiume di denaro pubblico è stato speso in nome del superiore interesse del minore ma nessuno degli strumenti che avrebbe dovuto certificare l’uso proprio di quel denaro è stato posto realmente in campo. Questa mancanza ha avuto delle conseguenze:  i cittadini non sono divenuti utenti di un servizio ma sono regrediti al ruolo di “sudditi” della volontà di una entità imperscrutabile, infaticabilmente intenta alla ingegneria sociale (eugenetica “light”). Invece di sostenere il diritto del minore a crescere ed essere educato nella sua famiglia di origine, essa decide chi è il genitore “a norma” e quale quello “inadeguato”, quale la famiglia “certificabile” e quale quella “genitorialmente incapace”,  ridisegnando con un tratto di penna, la mappa degli affetti famigliari, nemmeno fosse la cartina dell’Africa sul tavolo della conferenza di Berlino del 1844.
Il sistema Tutela Minori è ancora oggi una “monade” autoreferenziale che non dialoga con l’esterno e seppellisce ogni speranza di trasparenza circa i provvedimenti che assume, sotto alla lapide del  c.d. “superiore interesse del minore” che tutto copre e tutto giustifica.
Grazie al supporto di casi concreti, seguiti direttamente dall’ Associazione Genitori Sottratti, questo intervento desidera rendere tangibili, mediante l’universale linguaggio del dolore, gli effetti della mancata applicazione delle norme contenute nella legge 328/2000.
La più odiosa delle ingiustizie è quella che si perpetra, “ a norma di legge”.
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Dr.ssa Rosalba Trabalzini 
Responsabile Scientifico di “Guidagenitori.it” Psichiatra, Psicologo e Psicoterapeuta

“I bambini hanno bisogno di famiglie normali e per questo i servizi devono dotarsi di linee guida certe”
La legge  tutela i minori  e di fatto afferma  il diritto, quando si parla dei bambini, di crescere ed essere educati nella propria famiglia. Cosa accade ai minori se la famiglia non è in grado di adempiere al ruolo stabilito e, non per propria volontà ma per motivi non sempre comprensibili?

E’ sempre la legge a dare delle risposte: chi è privo di un ambiente familiare all'altezza dell’accudimento di un bambino è previsto il suo inserimento in una casa famiglia o affidato a dei genitori affidatari. Ma quale è il confine da valicare per traghettare un bimbo dalla sua famiglia alla famiglia affidataria o alla casa famiglia? A chi tocca l’onere e con quali regole questo avviene?

I servizi sociali hanno davvero le competenze necessarie per stabile se una mamma con una patologia borderline  ad esempio, sia una madre negativa e per questo da separare dal minore? E se il problema è di un papà con una diagnosi di bipolarismo, davvero il bimbo deve essere allontanato perché è negativo vedere un papà in profonda depressione o in fase maniacale? Sono davvero tanti gli esempi che potrebbero essere messi in evidenza e per il quale non ci sono garanzie su cosa è meglio per il minore. Ecco perché, non solo sono necessarie delle linee guida ben chiare che prendano in considerazione anche tutta una serie di problematiche psichiche, ma che venga inserita anche la figura dello psichiatra all’interno dei servizi, l’unica figura in grado di emettere una  diagnosi e stabilire il rimedio migliore per quella famiglia. E’ chiaro che i bambini hanno bisogno di restare nel loro ambito famigliare e se la famiglia è temporaneamente in difficoltà è l’intero nucleo che va aiutato e protetto e non è di certo frammentandolo che si fa il bene del minore.  
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Dr. Fabio Nestola
Presidente Federazione Nazionale per la Bigenitorialità

“Allontanamenti facili ”dalle famiglie d’origine. Analisi critica del fenomeno: percezione distorta o diffidenza fondata?”

“i Servizi Sociali? Un calvario … maledetto il momento  in cui sono entrati nella nostra vita”  

“sequestri di stato … sequestrificio autorizzato … ladri di bambini … il braccio armato del Tribunale … bambini venduti come merce …”

Una sintesi delle espressioni più frequenti riscontrabili nelle proteste delle famiglie e dei rispettivi avvocati, ma non solo: si tratta di percezioni corali che emergono da trasmissioni TV ed inchieste giornalistiche, e poi libri, articoli, convegni, interrogazioni parlamentari, manifestazioni organizzate e proteste isolate …

La relazione ripercorre la filiera istituzionale che porta bambine e bambini dalla famiglia d’origine alle strutture di accoglienza residenziale; analizza criticità individuali e criticità di sistema; propone modifiche legislative ed organizzative necessarie a ricostruire il doveroso - ma ormai sbriciolato - rapporto di fiducia fra i Servizi Sociali e la cittadinanza. 
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Avv. Catia Pichierri

"Diritto del minore di crescere ed essere educato nell’ambito della propria famiglia: l’incuranza da parte dei servizi sociali e dei Tribunali per i Minorenni della Legge dello Stato Italiano.”

Nonostante la promulgazione di leggi statali che prevedono l’inviolabile diritto dei minori a crescere nella propria famiglia, questi ultimi vengono allontanati dalla stessa, sulla base di mere impressioni di operatori sociali e senza la possibilità dei genitori di difendersi; ciò avviene in forza di provvedimenti di Tribunali non rispettosi dei criteri specificamente previsti dalla medesima normativa.
In un Paese quindi che si dichiara democratico, un genitore perde la potestà genitoriale e l’affido dei propri figli senza che possa in alcun modo difendersi: il servizio sociale ed il Tribunale infatti formano un tutt’uno e sono quasi sempre di fatto allineati non a sostegno ma contro la genitorialità.
 In questo modo il minore e la famiglia d’origine, in un Tribunale di uno Stato Democratico si ritrovano senza scampo! Senza tutela! Senza difesa! Tutto ciò nell’anno 2014!
Credo sia ora di cambiare questo stato di cose…

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Analisi critica del fenomeno dei minori fuori dalle famiglie

Written By Redazione on domenica 21 aprile 2013 | 23:51

19 Aprile 2013


che i bambini italiani sono fortemente discriminati rispetto alla crisi della famiglia e alla possibilità di essere assistiti al loro interno a seconda della loro Regione di residenza.

Esistono infatti differenze statisticamente significative tra Regioni anche sociologicamente assai simili non spiegabili altrimenti se non con l’assenza di criteri omogenei di valutazione e di linee guida condivise.
Sarebbe come –per esempio- se la febbre iniziasse per definizione in una Regione a 37 gradi e in un’altra a 38 e in un’altra ancora a 39. O come se le indicazioni al trapianto di cuore differissero nettamente tra una Regione e l’altra, dipendendo esclusivamente dall’arbitrio dell’operatore.

Il problema non è di poco conto e questo per diversi ordini di motivi:
 
1- Esistono ormai evidenze scientifiche circa il danno da deprivazione genitoriale non solo sulla psiche ma anche sul soma dei bambini (con danni che possono arrivare persino a modifiche cromosomiche con possibili conseguenze sulla discendenza)

2- E’ palese e conseguente che in alcune Regioni italiane è completamente disattesa la risoluzione ONU (Vedi tabella introduttiva) del dicembre 2009 che definisce le linee guida circa l’invio e l’accoglienza dei minori fuori famiglia soprattutto relativamente ai punti 1,2,3 e 6 seguenti (è capitato di trovare dei minori che lavoravano in nero in cantieri edili o abusati sessualmente o trattati peggio di bestie: vedi diapo 26. e comunque sono ancora tanti i minori sotto i tre anni in comunità)

3- E’ grave ma ovvio sottolineare che laddove non esista un consensus dettato da linee guida centrali si apra la strada all’arbitrio dell’operatore, situazione che è pacificamente dimostrata dalle discrepanze esistenti e statisticamente dimostrate fra distretti geografici persino contigui molto prima che dalle testimonianze delle famiglie.
 
4- Un'altra grave situazione è la scarsa promozione dell’affidamento familiare (tra l’altro anche economicamente vantaggioso: 13 euro al dì) rispetto a quello residenziale –100 euro al dì- (anche qui con differenze geografiche macroscopiche che attestano ancora una volta che i bambini italiani sono fra
loro discriminati rispetto all’evento crisi della famiglia). Siamo dietro a Romania e Ungheria, non solo a Francia, UK e Svezia! Dobbiamo però ammettere (diapo 25) che i tassi italiani di invio fuori famiglia sono tra i più bassi d’Europa

5- Inoltre la maggior parte dei minori viene allontanato senza rispondere a criteri di obbligatorietà di legge. Poiché il minore fuori famiglia rappresenta anche un costo importante per la società (centinaia di milioni di euro), in molti casi sarebbe bene sia per la salute del minore che per l’economia della società provare a mantenere il minore nella famiglia reinvestendo parte del denaro nell’assistenza intrafamiliare.


La domanda da porsi è una sola: -Migliorare questa situazione, è possibile?- Le risposte sono alle diapositive 34-35-36 della presentazione che potete scaricare.

La redazione

Comunicato Stampa di Colibrì sul caso del bambino di Padova

Written By Redazione on lunedì 15 ottobre 2012 | 05:31

 COMUNICATO STAMPA COLIBRI' 13-10-2012

L’inadeguatezza delle modalità operative conferma l’urgenza di una riforma complessiva della giustizia minorile con la costituzione di un Tribunale Unico per la Famiglia che rafforzi, potenzi e unifichi il grande e doveroso sforzo dello Stato per proteggere i minori che il nucleo familiare, ancorché separato, non riesce a proteggere; sforzo oggi frammentato tra diversi apparati e ambiti giudiziari che, troppo spesso, sono incapaci di promuovere una cultura della conciliazione, della genitorialità e dell’alleanza educativa.
Peraltro, l’incresciosa vicenda non deve far passare l'insidioso messaggio che, non essendo la "PAS" (Parental Alienation Syndrome) inclusa nel DSM V, si possa tranquillamente lasciare "campo libero" alla manipolazione mentale dei minori. Colibri, Coordinamento Interassociativo Libere Iniziative per la Bigenitorialità e le Ragioni dell'Infanzia (che riunisce associazioni di padri separati, madri separate, nonni e nonne, famiglie allargate), senza entrare nel caso specifico, ritiene doveroso porre un freno alla campagna di disinformazione mediatica, biecamente strumentale, volta a dimostrare che il condizionamento dei bambini non esiste (non ci spiegheremmo allora neppure il triste fenomeno dei bambini-soldato). A tal proposito Colibri allega parere tecnico sul tema alienazione laddove si evidenzia chiaramente che gli stessi membri dell’AAP, pur non considerando l’alienazione una malattia, la considerano comunque un importante disturbo relazionale. Ecco dunque lo stato dell’arte sul tema della alienazione genitoriale (rif. testo sottostante).




Rifiutando una intensa campagna di pressione, il gruppo dedicato della American Psychiatric Association ha deciso di non elencare il concetto controverso di alienazione genitoriale nell’ultima edizione del catalogo dei disturbi mentali. Il termine esprime come il rapporto di un bambino con una figura genitoriale possa essere rovinato da parte dell'altro genitore, e c'è comunque un ampio consenso sul fatto che questa evenienza si verifichi prevalentemente nel contesto di divorzi e affidamento dei figli con conseguenze gravi sulla salute psichica dei medesimi. Tuttavia, un aspro dibattito ha imperversato per anni sulla possibilità che il fenomeno possa o meno essere formalmente classificato come un disturbo di salute mentale da parte dell'associazione psichiatrica che sta aggiornando il suo Manuale diagnostico e statistico dei disturbi mentali per la prima volta dal 1994. Il nuovo manuale, noto come DSM-V, non sarà completato fino al prossimo anno, ma la decisione contro la classificazione dell’alienazione genitoriale come una malattia o una sindrome definita per questa volta è stata definitivamente presa. Evidentemente questo non significa che l’alienazione, il condizionamento parossistico del minore da parte di genitori patologici, non esista: non esisterebbero neppure il mobbing o lo stalking su cui tanti Stati hanno elaborato dettagliate leggi. Non esisterebbero neppure il plagio o la Sindrome di Stoccolma di cui, invece, nessuno mette in dubbio l’esistenza. Nel Congo almeno 3000 bambini sono stati trasformati in soldati (per questo Lubanga è stato condannato a 14 anni di carcere dalla Corte penale internazionale dell’Aja): uno dei massimi esempi di condizionamento infantile.

E’ quindi ovvio che il fatto che una situazione clinica non sia citata nella vigente edizione del DSM – tale argomentazione è il “cavallo di battaglia” della maggior parte dei detrattori della PAS -, evidentemente, non significa che essa non esista. Basti pensare che, dalla prima edizione del DSM (datata 1950) a quella attualmente in vigore (datata 1994), le malattie incluse nel trattato sono passate da 112 a 374. Pertanto non possiamo certo pensare a una attendibilità assoluta e atemporale del DSM, cosa cui non credono gli stessi redattori visto che lo aggiornano periodicamente. Ben 252 malattie – sulla base di mutate situazioni e mutate conoscenze – sono poi entrate a far parte del DSM. Forse che prima non esistevano? Per spiegare meglio il fatto che la Scienza muta vorrei ricordare, ad esempio, che chi era affetto da morbo di Alzheimer, pedofilia, morbo di Gilles de la Tourette nel 1993 poteva non esserlo più nel 1995, visto che il DSM IV mutò radicalmente i criteri diagnostici. Oppure rammento che, prima del DSM III, si poneva diagnosi di schizofrenia per tutti i disturbi psicotici precoci. Col DSM III, inoltre, vennero introdotte la bellezza di altre 32 malattie in un colpo solo (alcune delle quali rifiutate dal Comitato dell’edizione precedente)! Oggi come oggi, comunque, l’alienazione non è stata interpretata dal gruppo dedicato come malattia ma come disturbo relazionale.                                                                                                                                                                                                      "La nostra linea di pensiero è che non si tratti di una malattia all'interno di un individuo", ha spiegato infatti il dottor Darrel Regier, vice presidente della task force per la redazione del manuale. "It's a relationship problem – parent-child or parent-parent.

"E’ piuttosto un problema di rapporto  Genitore-Figlio o Genitore-Genitore. I problemi di relazione, però, di per sé non sono disturbi mentali e non possono essere inclusi all’interno del DSM". Regier e i suoi colleghi hanno subito forti pressioni da individui e gruppi che credono che l’alienazione genitoriale sia una condizione mentale grave che deve essere formalmente riconosciuto nel DSM-V ma anche da altre lobby avverse. Si è detto da parte dei primi che questo passaggio comporterebbe risultati più soddisfacenti nei tribunali familiari e permetterebbe a più bambini di ottenere uno specifico trattamento in modo da potersi riconciliare con il genitore bersaglio.
Dall’altra parte della barricata troviamo femministe e sostenitori per le donne maltrattate che (analogamente a quanto avviene in Italia in cui l’argomento viene cavalcato addirittura da interi gruppi politici) considerano la "sindrome di alienazione genitoriale" un concetto non provato e potenzialmente pericoloso in quanto utile per gli uomini che cercano di distogliere l'attenzione dal loro comportamento abusivo (NDR: secondo alcuni procuratori e soprattutto secondo l’unica ricerca italiana in merito, però, il problema in corso di separazione parrebbe essere piuttosto la denuncia infondata col conseguente fenomeno del falso abuso:  nella casistica di Camerini et al. pubblicata sulla Rivista della società italiana di psichiatria dell’infanzia e dell’adolescenza il 92% delle denunce risultò infondata).

Alcuni critici dell’alienazione si spingono a dire che essa è promossa da psicologi, consulenti e altri soggetti che potrebbero trarre beneficio economico da un’eventuale suo avanzamento ad  uno status più formale nelle controversie giudiziarie (Timothy Houchin, psichiatra dell'Università del Kentucky, in un articolo all'inizio di quest'anno in Journal of American Academy of Psichiatria).  Regier, ha inoltre sostenuto che è "molto improbabile" che in un’appendice del manuale l’alienazione venga esplicitata come esempio di problema relazionale esulando ciò dai contenuti e dagli scopi del DSM.
Il dr. William Bernet, professore emerito di psichiatria presso l'Università Vanderbilt School of Medicine, è editore di un libro pubblicato nel 2010 che sottolinea la necessità che l'alienazione genitoriale debba essere riconosciuta nel DSM. Egli sostiene che circa 200.000 bambini negli Stati Uniti sono colpiti dalla malattia. La proposta Bernet per il DSM-V definisce il disturbo genitoriale alienazione come "una condizione mentale in cui un bambino, di solito uno i cui genitori sono impegnati in un divorzio molto conflittuale, si allea con uno dei genitori, e rifiuta un rapporto con l’altro genitore, senza legittima giustificazione”. Richiesto di un parere, Bernet ha sostenuto che la task force ha costruito la sua opinione in base a fattori che esulano delle prove scientifiche. Il risultato ultimo dell’alienazione, infatti, è un quadro fobico anche grave, condizione di per sé inserita nel DSM.

"Penso che tale decisione non sia stata motivata dalla scienza, ma guidata da amicizie e dai condizionamenti delle forze politiche", ha detto Bernet. "La verità è che l'alienazione genitoriale è davvero una strategia pericolosa che, abilmente manovrata, ha causato molto danno alle vittime di abusi", ha detto l'Organizzazione nazionale americana per le donne tra le polemiche. Bernet, nella sua proposta al DSM-V, si è detto d'accordo che "in alcuni rari casi il concetto di alienazione genitoriale è stato usurpato e utilizzato da genitori violenti per nascondere il loro comportamento." Tuttavia, si è dichiarato fortemente in disaccordo con la politica di buttare via il bambino con l'acqua sporca, sostenendo che tale possibile abuso sarebbe ridotto se i criteri diagnostici per la alienazione genitoriale fossero stati stabiliti con precisione. 


Vittorio Vezzetti, Pediatra Asl Varese, Resp scientifico ANFI.

Affido Condiviso, l'interesse del minore nelle differenti strutture familiari

Written By Redazione on martedì 2 ottobre 2012 | 21:58


"i Documenti"

2/10/2012
Lo stato dell’arte in tema di domiciliazione dei figli di coppie separate
di Vittorio Vezzetti, Pediatra ASL Varese, Responsabile scientifico dell'Associazione Nazionale Familiaristi Italiani.


INTRODUZIONE
Nel febbraio 2006, dopo un dibattito intenso e prolungato, veniva promulgata dal Parlamento italiano la legge 54/06 sull'affidamento condiviso. Da molte parti vista come un reale passo in avanti nella tutela dell'infanzia e un doveroso adempimento alla Convenzione Internazionale di New York in tema di diritto dei minori alla bigenitorialità, di fatto a sei anni di distanza essa si è rivelata insufficiente allo scopo al punto che in Parlamento sono state via via depositate sei differenti proposte di legge atte a modificare il nuovo dettato legislativo.
La senatrice Emanuela Baio (Commissione Infanzia), co relatrice della proposta di legge, così scrive nella prefazione del libro Nel nome dei Figli: “Per chi come me è stata correlatrice e ha creduto profondamente nella legge sull'affidamento condiviso, impegnandosi per farla approvare nel 2006, al termine della 14esima legislatura, è ancor più doloroso dover ammettere questo fallimento” (1).

Ancora oggi può capitare al genitore che chiede al Tribunale tempi e pernottamenti paritari all'altro genitore, di vedersi riconosciuti dai magistrati due soli pernottamenti al mese con la motivazione “l'affidamento condiviso non ha affatto per conseguenza la loro domiciliazione paritaria presso ciascuno dei genitori” (Tribunale di Firenze, sentenza n° 2433/11 ), oppure di leggere (documento CSM, dr.ssa Fiorella Buttiglione, marzo 2011): “Non mi pare poi che possa realizzare il miglior interesse del figlio la previsione della doppia domiciliazione quasi il figlio costituisca un monte premi di ore che i genitori debbano spartirsi equamente”. O ancora (sentenza n° 3053/2007 del Tribunale di Varese, marzo 2007, Giorgetti, Paganini, Leotta): “il tribunale per propria giurisprudenza costante non condivide una frammentazione del tempo che costringa di fatto a veri e propri minitraslochi ogni pochi giorni ritenendosi che ciò sia pericolosamente destabilizzante”.
La risultanza di questo approccio culturalmente monogenitoriale, della priorità data alla stabilità del domicilio rispetto a quella degli affetti, della inefficienza del sistema giudiziario nel fare rispettare i propri provvedimenti, è che 25.000 minori italiani (circa uno ogni tre) perdono secondo l'ISTAT i contatti con uno dei genitori dopo la separazione dei medesimi.

Le conseguenze sono notevoli sia in termini biomedici che sociali. Nel primo settore sono note importanti influenze della deprivazione affettiva e dello stress emotivo in ambito neurologico e psicologico (Battaglia, Pesenti, Medland et al., 2009, dimostrano con uno studio che <i bambini geneticamente predisposti sottoposti a traumi da divisione dai genitori – lutti o separazioni coniugali difficili – in tenera età, hanno elevate probabilità di soffrire da adulti di crisi di panico per una azione modificatrice sui centri bulbari della respirazione>, mentre Anna Sarkadi et alt.: <mettono in evidenza come il coinvolgimento paterno - inteso come tempo di coabitazione, impegno e responsabilità - abbia influenze positive sullo sviluppo della prole. Gli studiosi hanno analizzato retrospettivamente 24 studi longitudinali, svolti in 4 continenti diversi. La conclusione è che il coinvolgimento del padre migliora lo sviluppo cognitivo, riduce i problemi definiti di carattere “psicologico” nelle giovani donne, diminuisce la delinquenza giovanile e riduce la frequenza di problemi connotati come “comportamentali”>.), ormonale (nanismo psicosociale, alterazioni della secrezione di ossitocina e vasopressina), persino cromosomico (su Psychosomatic medicine uno studio scientifico dimostra che <Abuso o carenza affettiva, agendo sulla lunghezza dei telomeri e sulla produzione di sostanze proinfiammatorie, aumentano la
sensibilità a fattori stressanti nella vita adulta con maggior rischio di disturbi psichiatrici>.). (2,3,4,5). Nel secondo risultano chiare le influenze su gravidanze indesiderate, tabagismo e alcolismo, dispersione scolastica. (6,7,8)
Chi scrive è stato più volte presente in qualità di attore alle audizioni in Commissione Giustizia del Senato e ha potuto constatare come uno fra i principali motivi di attrito fra i vari partecipanti sia stato il dibattito su quale fra le diverse forme di struttura familiare possa essere considerato come golden standard per il raggiungimento dell'interesse del minore. In particolare, semplificando, si sono formati due partiti: quello della priorità da dare alla sede degli affetti, alla stabilità del domicilio, anche a scapito della relazione quantitativa col secondo genitore (costituito prevalentemente da avvocati e magistrati), e quello della priorità da attribuire invece alla continuità relazionale, alla stabilità degli affetti, a discapito della stabilità del domicilio (costituito prevalentemente da scientist).
Il seguente articolo, pur conscio dell'influenza di fattori di natura sociologica, vuole chiarire lo stato dell'arte nella letteratura scientifica internazionale sul controverso tema della struttura familiare da considerare come obiettivo da raggiungere nel vero interesse del minore.

ORIGINE DEL DIBATTITO
In linea di massima la ricerca ha evidenziato da tempo alcune problematiche nei figli di separati anche se questo non si traduce necessariamente e automaticamente in elementi di rilievo clinico. Fin dall'inizio del 1970, specie in ambito statunitense, si è aperto un intenso dibattito circa la positività o la nocività della custodia congiunta (fisica e/o legale). E' di rilievo notare che, mentre negli USA (Paese in cui il divorzio esiste dal 1906), in Francia (Paese in cui il divorzio esiste dal 1789), in Svezia (dal 1913) iniziava questo dibattito, in Italia l'istituto del divorzio non era neppure legge dello Stato (la relativa legge fu licenziata dal Senato nell'ottobre del 1970) e questo può spiegare in parte un certo ritardo culturale nell'affrontare la tematica. Le due posizioni pro e contro la pariteticità del ruolo genitoriale possono essere sintetizzate nel confronto “Benefìci dei rapporti continuativi con ambedue i genitori versus i possibili danni derivanti da una maggiore esposizione al conflitto genitoriale e da una instabilità del domicilio”. La battaglia nella comunità scientifica è stata aspra, con posizioni fortemente contrarie all'affido congiunto e/o alternato (Goldstein, Freud & Solnit, 1973 e Kuehl 1989) e decisamente favorevoli (Roman e Haddad 1978 e Bender 1994). (9,10,11,12) A distanza di oltre 40 anni dall'inizio del dibattito possiamo dire che è stato possibile sostituire delle impostazioni di natura teoretica e ideologica con approcci concreti basati sulle risultanze di importanti ricerche (specie a carattere metanalitico), legate a esperienze di Paesi che da tempo hanno iniziato, a differenza dell'Italia, a utilizzare l'affido alternato se non in maniera estensiva almeno in modo tale da consentire sufficientemente solide inferenze statistiche. Le conclusioni sono state abbastanza univoche e, seppur con molta lentezza, hanno iniziato a esser recepite da molte legislazioni.

LO STUDIO BAUSERMAN
Questo importante studio pubblicato nel 2002 da uno psichiatra del Dipartimento governativo degli Stati Uniti (Journal of Family Psychology 2002, vol. 16, N.1-91-102) inaugura la via metanalitica. Bauserman sostiene che una vera ricerca non deve esaminare solo le differenze tra i risultati dei due tipi di custodia ma anche come i fattori identificati possano essere correlati ad ogni singola differenza di situazione clinica. (13)
Bauserman chiarisce che con questa via non si può arrivare alla definizione di un ruolo causale assoluto ma solo alla correlazione, anche statisticamente validata, tra miglior tipo di custodia e variabile presa in esame.
Peraltro la via metanalitica è capace di integrare le risultanze della letteratura in un modo più sistematico e quantitativo convertendo risultati statistici in un sistema metrico e analizzando sistematicamente anche la magnitudo (quindi l'aspetto quantitativo) dell'effetto. Questo approccio è per lo psichiatra americano il migliore per evitare alcune distorsioni sistematiche (bias) come, per esempio, la selezione delle fonti.
Bauserman si propone selettivamente due scopi: innanzitutto l'analisi metanalitica dei report che paragonano la situazione dei bimbi in custodia condivisa a quella dei bimbi in custodia monogenitoriale; poi si propone di esaminare come variabili secondarie possano influenzare i diversi risultati (per fare un esempio: poiché l'imprinting monogenitoriale della giurisprudenza internazionale è mediamente a favore della custodia esclusiva materna, un sistema che tenda a riequilibrare i ruoli genitoriali significherebbe che più maschi godrebbero del beneficio di più ampi rapporti col genitore di sesso omologo e quindi essi potrebbero in linea teorica avere maggiori benefìci dei figli di sesso femminile).
Bauserman analizza 33 studi (di cui 22 inediti) precedentemente selezionati in modo da essere standardizzabili: in 4 si confronta la custodia monogenitoriale con affidi alternati, in 21 si confronta la custodia monogenitoriale con affidi che prevedono tempi di coabitazione col secondo genitore tra il 25 e il 50% del tempo, cui si aggiungono 6 studi in cui la custodia monogenitoriale veniva confrontata con un affido congiunto basato su libera definizione della coppia genitoriale e altri 2 studi in cui separatamente si confrontavano, versus il medesimo campione di bambini affidati in modo monogenitoriale un gruppo di “alternati” e un gruppo di “custoditi in modo congiunto”. Lo studio prevedeva il rilevamento di alcune misure di salute: quella psichica generale, quella comportamentale, quella emozionale, l'autostima, i rapporti coi familiari, l'assessment scolastico, l'analisi di questionai specifici di salute psichica fino al momento del divorzio più una schedatura del livello di conflitto sia passato che attuale e prevedeva la misurazione di 140 dimensioni d'effetto.. L'analisi riguardava 1846 figli in sole custody e 814 in joint custody e spaziava in un periodo compreso tra il 1982 e il 1999. Venivano analizzati svariati fattori esterni passibili di influenzare gli esiti e si trovava che questi non erano modificati né dal sesso del primo autore dello studio, né dall'età dei figli al momento del divorzio, né dalla maggior prevalenza del genitore femminile nel gruppo “sole custody”, né dal tipo di misura (comunque il software dedicato DSTA eliminava i risultati estremi per dare omogeneità statistica. In sintesi i risultati furono: 1- i bambini in custodia congiunta sia fisica che legale stanno meglio dei “sole custody” e in modo indipendente dalla loro età. 2- la presenza e la compartecipazione di padri non coabitanti era comunque associata a benefici comportamentali, emozionali, scolastici. 3- i risultati non variavano a seconda delle caratteristiche di chi compilava le schede (madri, padri, insegnanti, psicologi, medici). Bauserman trovò poi che generalmente i bambini in joint custody erano figli di coppie meno conflittuali e non si nascose il problema di una possibile autoselezione della casistica ma osservò pure che il minor conflitto nei bimbi condivisi non prediceva il miglior assessment. Comunque anche altri studi (Gunnoe & Braver 2001) che facevano un controllo statistico della conflittualità depurando la ricerca da questa variabile continuavano a mostrare vantaggi per i figli. (14) Bauserman conclude affermando che per spazzare definitivamente ogni dubbio bisognerebbe eseguire studi confrontando figli in affido alternato per imposizione del tribunale con figli in alternato deciso autonomamente dai genitori separati. Il confronto fra custodia monogenitoriale paterna e custodia condivisa mostrava vantaggi lievi e statisticamente non significativi a favore di quest'ultima (grosso problema per il ricercatore, emerso in molti altri studi, fu lo scarso campionamento derivato dall'approccio giurisprudenziale che tende a favorire la genitorialità materna). Le conclusioni dello studio Bauserman (disponibile in versione integrale, come molti altri studi qui
citati, sul sito www.figlipersempre.com sono:
1- i risultati mostrano con certezza la correlazione ma non il rapporto causale tra joint custody e miglior status psichico
2- non è suffragata l'obiezione che la joint custody espone i bambini al rischio di avere due case di essere esposti a gravi conflitti, anzi la joint custody risulta benefica
3- la joint custody non va bene per genitori inetti (abusanti, trascuranti, malati psichici)
4- alcune fra le ricerche prese in esame affermano che la joint custody riduce i conflitti
5- è necessaria una diffusione di queste risultanze agli operatori del settore (NdA: anche i pediatri, rapportandosi a genitori di propri pazienti in procinto di separarsi dovrebbero informarli che il doppio domicilio inteso come continuità di riferimenti educativi e relazionali è positivo)
6- la conclusione ultima è che la joint custody può senz'altro essere benefica pur non evidenziandosi svantaggi specifici, ben definiti per la sole custody.

ALCUNE ESPERIENZE ESTERE
In numerosi Paesi l'affido condiviso è realtà da molto più tempo che da noi. Questo non significa che la maggioranza di sistemazioni di minori figli di separati segua la regola dell'affido alternato: la condivisione teorica della responsabilità genitoriale non corrisponde a quella pratica.
Abbiamo visto che Bauserman considera affido veramente condiviso quello in cui il minore non relaziona col genitore sfavorito per meno del 25% del tempo e questo cut off eliminerebbe dalla casistica la quasi totalità degli attuali affidamenti condivisi italiani!! Da noi, infatti, la media (teorica, perchè quella pratica è assai inferiore) è di circa il 17% (vedi “Il figlio di genitori separati”, RIPPS, 3-4 2009). (15)
Comunque l'affido condiviso, legge italiana dal 2006, era la regola in Svezia, Grecia e Spagna dal 1981, in Gran Bretagna dal 1991, in Francia dal 1993, in Germania dal 1998. In California e Canada il giudice deve motivare il perché non concede l’affido condiviso con tempi paritetici.
Attualmente, in attesa che il Belgio promulghi una legge in discussione che prevedrebbe l'alternanza come regola, la Svezia è il Paese europeo con la maggiore percentuale di affidi in alternanza (30%, contro il 16,9% della Francia e, per fare un esempio, meno dell'1% dell'Italia). Generalmente, comunque, anche chi non ha l'alternanza può spesso usufruire di tempi sostanzialmente paritetici ottenuti modulando le ferie e i pernottamenti infrasettimanali presso il genitore sfavorito. Il risultato sulla conflittualità è stato straordinario: non essendo più il minore strumento di ricatto affettivo o economico nei confronti dell'ex partner e passando di fatto a un mantenimento di tipo diretto non mediato dall'assegno mensile, le cause giudiziali in Svezia si sono quasi estinte. Attualmente il 95,7% delle coppie consensualizza in prima udienza, altre in seconda e pochissime affrontano il percorso giudiziale (che, non essendo più oberati di lavoro gli uffici giudiziari, dura sei mesi soltanto). Risultati molto buoni si sono ottenuti anche con la legge del 2006 in Belgio mentre qualcosa di incredibile è avvenuto in Australia: con l'introduzione della legge sulla genitorialità condivisa del 2006, a fronte di un incremento di cause generali da 76.807 a 79.442, in un biennio i ricorsi alla Family Court (grosso modo corrispondenti alle nostre cause giudiziali) si son ridotti da 27.313 a 18.633. In Francia l'attuale legge contempla l'affido alternato ma è sufficiente una conflittualità, anche unidirezionale, per far cassare l'opzione dal giudice e ciò sta creando molto malcontento. In quel paese, comunque, la pratica dell'alternanza sia pure su scala ridotta non è mai stata un tabù come da noi e ha consentito di condurre alcuni studi di un certo rilievo quantitativo in larga misura favorevoli a questa modalità. Tra questi (cfr. “Il figlio di genitori separati”, RIPPS 3-4 2009) lo studio del 1980 di Solint (per il quale questa modalità d'affido consente di incrementare la fiducia nei genitori; nel 20% i genitori volevano alternanza più rapida e nel 30% più lunga della canonica settimana), lo studio di Jacquin-
Fabre (che dimostra ottimi risultati per genitori e prole) e soprattutto lo studio Raschetti del 2005 che rivisita una serie di esperienze del mondo francofono e di quello anglofono concludendo:
1- che l'affido alternato non turba i bambini, per loro natura dotati di grande capacità d'adattamento
2- e questo neppure se i rapporti tra i coniugi sono cattivi (pur non contribuendo a migliorarli)
3- che i tempi paritetici, laddove ci sia la possibilità logistica e la volontà di attuarli, non creano problemi neppure per i lattanti (dovendo solo regolare l'alternanza con l'allattamento)
4- che in generale è stato possibile evincere dai follow up che i bambini monogenitoriali hanno minor sviluppo cognitivo e sono meno socievoli. (16, 17, 18).
Uno studio importante su 3000 ragazzini francesi di scuola secondaria condotto da Poussin-Martin e ripreso dal Collegio Nazionale dell'Ordine degli Psicologi italiani nelle audizioni presso la Commissione Giustizia del Senato attesta che sono i bambini che vivono con entrambi i genitori ad avere più alti livelli di autostima e a percepirsi i più sicuri di se stessi se paragonati con quelli che vivono con un solo genitore. (19)
Nell'importante audizione dell'8 novembre il Collegio Nazionale degli Psicologi argomenta: “... data quindi la totale inidoneità al fine della salute dei figli di un modello che preveda che un solo genitore (quello collocatario o prevalente) sia il permanente punto di riferimento dei figli, provvedendo a ogni loro necessità e assumendo ogni decisione e compito di cura, mentre l'altro si limita ad erogargli il denaro avendo con i figli solo sporadici contatti, in linea generale le modifiche del disegno di legge DDL 2454 non fanno altro che promuovere la possibilità che il principio della bi-genitorialità (nucleo allevante) non resti mero principio ma si inserisca nelle trame della vita quotidiana come applicazione rigorosa del principio stesso, tale da mantenere il processo evolutivo quale processo, appunto, e non fatto, cioè tale da mantenere sempre aperta la possibilità che su questo processo, incerto nel suo incedere, si possa inserire non solamente un genitore ma il nucleo allevante, cioè ciò che mantiene un assetto di terzietà.
Nel bilancio della salute del figlio certamente è quindi per lui meno di sacrificio perdere un po' di tempo a frequentare due case che non perdere la possibilità di avere un riferimento in entrambi i genitori”.

LA SODDISFAZIONE DI VITA NEI BAMBINI
Uno studio straordinario è appena stato pubblicato su Children & Society. Esso è stato condotto da ricercatori delle Università di Bethesda, della Groenlandia, di Stoccolma, di Yvaskula (Finlandia), di Copenaghen, di Akureyri (Islanda), di Goteborg. Esso ha analizzato 184.496 minori (divisi in tre gruppi: undicenni, tredicenni, quindicenni) in 36 società occidentali (Italia inclusa) con non meno di 1536 studenti in ogni Paese per gruppo di età. (20)
Lo scopo del lavoro era di esaminare esclusivamente le differenze di soddisfazione di vita e di percezione del benessere familiare tra i bambini nelle diverse strutture familiari attraverso un ambito molto ampio di situazioni culturali. Un campione molto ampio tratto da 36 Paesi ha permesso di confrontare le comuni situazioni di vita comprendenti
famiglie non separate,
famiglie con madri single e
famiglie con madri e patrigni
con situazioni meno comuni come
famiglie con padri single,
famiglie con padri e matrigne e
famiglie basate sulla doppia abitazione nel collocamento congiunto.
L’analisi è stata basata sui dati degli studi del 2005/2006 del HBSC (Health Behaviour in School- aged Children), uno studio collaborativo inter-nazioni della Organizzazione Mondiale della Sanità. Il questionario standard internazionale consisteva di un numero di domande centrali usate in tutti i Paesi partecipanti e di domande focali addizionali che permetteva ad ogni Paese partecipante di enfatizzare particolari aree di interesse nazionale. Le misure del presente studio furono utilizzate in 36 Paesi occidentali industrializzati (Austria, Belgio, Bulgaria, Canada, Croazia, Repubblica Ceca,
Danimarca, Estonia, Finlandia, Francia, Germania, Grecia, Ungheria, Islanda, Irlanda, Israele, Italia, Lettonia, Lituania, Lussemburgo, Macedonia, Olanda, Norvegia, Polonia, Portogallo, Romania, Russia, Slovacchia, Slovenia, Spagna, Svezia, Svizzera, Turchia, Ucraina, Regno Unito ,, e Stati Uniti) solo dopo aver ottenuto un’approvazione etica per ogni indagine nazionale in accordo alla legislazione di ogni Paese.
Le variabili dipendenti della soddisfazione di vita furono misurate con la misura classica di Cantril (1965), chiedendo agli intervistati di indicare dove essi sentono di stare in quel momento in una rappresentazione visiva di una scala nella quale 0 rappresenta la vita peggiore possibile e 10 la vita migliore possibile.
Per controllare l’influenza potenzialmente confusiva della ricchezza economica di livello individuale sulla soddisfazione di vita fu inclusa una misura dello stato economico percepito: la domanda chiedeva quanto bene lo studente pensava che stesse la propria famiglia (1: per niente bene; 5: molto bene) questa misura soggettiva era preferita ad altre misure oggettive di benessere come per esempio la HBSC scala per il benessere familiare poiché la soddisfazione di vita è più verosimilmente influenzata dalla percezione del benessere che dall’ammontare reale di beni materiali posseduti dalla famiglia rispetto ad altre famiglie.
Senza dilungarci troppo i risultati furono:
1- I bambini che vivono con entrambi i genitori biologici riportano i più alti livelli di
soddisfazione di vita rispetto ai bambini che vivono con un genitore single o con un genitore
biologico ed uno acquisito.
2- I bambini che vivono in sistemazione di collocamento materialmente congiunto
(suddivisione paritaria dei tempi) riportano comunque un più alto livello di soddisfazione di vita rispetto ad ogni altra sistemazione di famiglia separata, solo un quarto di rango (-0,26) più basso dei bambini nelle famiglie integre.
3- Controllandoinvecel’influenzadelparametrospecificodelbenesserefamiliarepercepito,la differenza tra famiglie con collocamento condiviso e famiglie di madri single oppure costituite da madre e patrigno diventa statisticamente non significativa.
4- Le difficoltà di comunicazione con i genitori sono fortemente associate con minore soddisfazione di vita ma non influenzano la relazione tra struttura familiare e soddisfazione di vita.
5- I bambini nei Paesi nordici caratterizzati da un forte sistema di welfare riportano livelli significativamente più alti di soddisfazione di vita in tutte le sistemazioni di vita rapportate a quelle degli altri Paesi, tranne che nella categoria dei figli che vivono casa del padre single. In particolare gli studiosi osservarono pure che il livello più basso di soddisfazione di vita era raggiunto dalle situazioni di padre single o di padre e matrigna. Sembrava dunque che il non vivere con la propria madre avesse un grande impatto nella soddisfazione di vita rispetto al non vivere con il proprio padre. Data la grande tendenza giurisprudenziale a far sì che i bambini debbano risiedere con la loro madre è anche possibile però che i pochi bambini in custodia del loro padre siano in media verosimilmente più portati ad esperire problemi sociali e psicologici importanti rispetto ai bambini in collocazione presso la loro madre.
Ad un livello più pragmatico, inoltre, il bisogno di insiemi di dati molto ampi per fare solide inferenze su sottogruppi molto piccoli della popolazione ha gravemente ristretto le possibilità di ricerca con validazione statistica sui bambini che vivono con i padri single o con i padri e le matrigne. In ogni caso i risultati non suggerirono che vivere tutto o la maggior parte del tempo con la madre fosse cruciale a tale riguardo; i bambini che vivono approssimativamente metà del tempo con la loro madre e metà del tempo con il loro padre sono ugualmente soddisfatti come quelli che vivono con la loro madre o con la madre ed il patrigno la maggior parte del tempo. Mai è stata trovata una situazione di svantaggio per i figli in collocazione paritaria.
6- Le differenze nel livello economico tra i diversi Paesi influenzano l’associazione tra determinate strutture familiari, il benessere familiare percepito e la soddisfazione di vita.

CONCLUSIONI
L’ultimo studio di un qualche rilievo contrario all’affido condiviso risale al 1999: una piccola casistica in cui veniva valutata (negativamente ma senza raggiungere la significatività statistica) la sola variabile dell’attachment alle figure genitoriali. (21) Che l’affido materialmente condiviso sia da preferire alla monogenitorialità è stato poi confermato in altro settore anche da uno studio svedese su 15.428 adolescenti incentrato esclusivamente sui rischi comportamentali: uso di droghe, alcool, fumo, esposizione a bullismo e violenza fisica, distress mentale (22). In particolare i migliori risultati si avevano sul distress mentale.
Alla domanda rituale “ma cosa ne pensano i figli dei separati?”, hanno poi risposto con una interessantissima ricerca Fabricius e Hall nel 2000. (23) I due docenti di psicologia americani hanno chiesto ad oltre 800 giovani (matricole della loro università), cresciuti con genitori separati, di indicare le loro percezioni sul problema centrale dei bambini attualmente coinvolti nel divorzio: la ripartizione dei tempi di vita con ognuno dei genitori. La percezione dei ragazzi risultò chiara. Essi dichiararono di aver sempre desiderato trascorrere più tempo con i loro padri mentre crescevano e la collocazione ritenuta da essi migliore fu la ripartizione paritaria (essa fu scelta dal 93% dei minori che avevano usufruito dell’affido alternato e dal 70% di coloro che non avevano avuto la facoltà di sperimentarlo).
E' evidente che l'affido alternato non può e non deve diventare un dogma indiscutibile per tutti i minori figli di coppie separate ma, rappresentando il golden standard, anziché venire escluso aprioristicamente come accade oggi in Italia, dovrebbe essere la prima opzione da considerare, da incentivare (ostacolando ad esempio il genitore che deporta in modo coatto i figli lontano dall’altra figura genitoriale) e da eliminare, come avviene in Canada, California, Svezia, solo di fronte a precisi e documentati motivi (con un ragionamento, quindi, in deroga da parte del magistrato: “e perchè in questo caso no?”).
Affido quindi le conclusioni di questo articolo al prof. Turchi, Docente di Psicologia applicata dell’Università di Padova di cui faccio mie le sagge parole che dimostrano come sia lunga ancora la strada per superare i muri del luogo comune, del pregiudizio, dell’ideologia e che chiude il suo intervento in Senato così:
-La principale critica che viene mossa a un modello pienamente e autenticamente bigenitoriale, come quello che i disegni di legge in esame propongono, consiste nell’inevitabile duplicazione dei centri di interesse della prole, con conseguente oscillazione tra due riferimenti abitativi parimenti importanti. La terminologia adottata per esprimere il dissenso utilizza espressioni verbali fortemente negative, come “sballottamento”, “pacco postale”, bambino “tagliato a spicchi come un’arancia” (o il bambino “nomade” o quello “con la valigia” NdA).
E’ una critica che suona accattivante e apparentemente convincente, ma solo agli occhi dell’uomo della strada, al richiamo del senso comune. Una critica che non tenga conto degli studi scientifici del problema, del cammino che la conoscenza scientifica ha percorso. E’, ci si consenta, come negare gli antibiotici al malato di polmonite in nome degli indesiderati effetti gastro-intestinali che indubbiamente producono. Entrando, difatti, nel merito, non esiste alcun serio danno documentato, risultante da indagini longitudinali, conseguente alla frequentazione equilibrata di due abitazioni, ovvero della crescita ricevendo input seppure da modelli educativi non coerenti (anzi, tutto il contrario, come sopra si è detto). Se, invece, si sceglie di rimettere i principali compiti di educazione e cura ad un solo genitore sono innumerevoli gli studi scientificamente attendibili che attestano picchi di disagio minorile... omissis... Di notevole interesse il fatto che le positive osservazioni siano relative all’intero gruppo familiare, avendo potuto concludere che anche alle madri l’affidamento alternato reca vantaggi, riducendo i problemi di natura psicologica dei soggetti più giovani, legati ai sensi di colpa nei confronti dei figli,
conseguenti alla separazione. L’idea, pertanto, del doppio domicilio, lungi dal dover essere considerata di potenziale pregiudizio per il minore deve essere vista come un fondamentale strumento di tutela ai fini di un corretto ed equilibrato sviluppo. Si può dunque concludere che nel bilancio complessivo nella salute del figlio certamente quindi per lui meno di sacrificio perdere un po’ di tempo a frequentare due case che non perdere la possibilità di avere un riferimento ad entrambi i genitori. Il che significa concludere a favore della soppressione della prassi della nomina di un “genitore collocatario”-.


BIBLIOGRAFIA ESSENZIALE
1) Nel nome dei Figli, www.nelnomedeifigli.it, Booksprint edizioni.
2) Battaglia M.,Pesenti Gritti P:,Medland S: et al., “A genetically informed study on the association between childhood separation anxiety, sensitivity to CO2, panic disorder and the effect of childhood parental loss”.Archives of general psychiatry, 06-01-2009.
3) Anna Sarkadi et al. “Fathers’ involvement and children’s developmental outcomes: a systematic review of longitudinal studies - Acta Paediatrica 2008, 97/2”
4) Opacka-Juffry et al.: “Experience of stress in childhood negatively correlates with plasma oxytocine concentration in adult men”. Stress-2012 jan, 15 (1), 1-10; Epub 2011 jun 19
5) Janice K. Kiecolt-Glaser et al: “Childhood adversity heightens the impact of later life care giving stress on telomere length and inflammation” Psychosomatic medicine 73: 16-22, 2011
6) Carol W. Metzler, et al. "The Social Context for Risky Sexual Behavior Among Adolescents," Journal of Behavioral Medicine 17 (1994)
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10) Kuehl (1989): “Against joint custody: a dissert to the general bull moose theory”.
11) Roman et al.: “The case for joint custody”, Psychology today, p.96, 1978, September.
12) Bender W.N. et al.: “Joint custody: the option of choice”, Journal of divorce & remarriage, 21 (3-4), 115-131. 1994.
13) R. Bauserman, “Child adjustment in joint-custody versus sole-custody arrangements: a meta analytic review”, Journal of Family Psychology 2002, vol. 16, N.1-91-102
14) Gunnoe M.L., Braver S.L. 2001: “The effect of joint legal custody on mothers, fathers and children, controlling for factors that predispose a sole maternal versus joint legal award”. Law and human behavior, 25; 25-43.
15) Vezzetti V.: “Il figlio di genitori separati”, rivista SIPPS, 3-4 2009.
16) Solint. L’enfant vulnérable, rètrospective. PUF Paris, 1980.
17) Jacquin-Fabre. Les parents, le divorce et l’enfant, EST Paris, di Guillaurme e Fugue.
18) Senato della Repubblica, documenti acquisiti nelle audizioni di ANFI per la discussione del DDL 957. Disponibili on line www.senato.it
19) Poussin G., Martin E.: “Conséquences de la séparation parentale chez l’enfant”, editore Eres,1999.
20) Life Satisfaction Among Children in Different Family Structures: A Comparative Study of 36 Western Societies Children & Society, Vol. 26, (2012) pp. 51–62
21) J. Solomon e C. George (Development of attachment in separated and divorced families, in Psycology Selection, Attachment and Human Development, VoI. 1, No. 1. pp. 2-33, 1999).
22) Beata Jablonska B.Sc Risk behaviours, victimisation and mental distress among adolescents in different family structures Social Psychiatry and Psychiatric Epidemiology
August 2007, Volume 42, Issue 8, pp 656-663
23) William V. Fabricius e Jeffrey Hall, : “Young adults’s perspectives on divorce”, Università dell'Arizona, USA, Family And Conciliation Courts Review, 38 (4): 446-461, 2000